Parrocchia
San Lorenzo M.
Massafra

Brevi note sul culto mariano a Massafra

Secondo l’epigrafe incisa sull’altare maggiore del Santuario Madonna della Scala, già nell’anno 102 sarebbe esistito nella Gravina un sacello con un affresco dedicato alla Vergine Maria. È una notizia priva di fondamento storico, tuttavia attesta l’antichità del culto a Massafra per la Madre di Dio.

L’ICONA VENERATA

A volte si confonde il vero oggetto della venerazione, che non è il simulacro portato in processione, bensì l’affresco, datato al XII sec., che ora troneggia sull’altare maggiore del Santuario. Esso proviene da un’antica chiesa rupestre sita nello stesso luogo che, andata in rovina o divenuta troppo piccola per le esigenze liturgiche, fu sostituita da una cappella in muratura a una sola navata. L’affresco rappresenta una Odegitria (Colei che indica la via) dipinta nel rispetto dei canoni della iconografia bizantina, in particolare le proporzioni del corpo e i colori.

In tale dipinto la Vergine Maria, quale discendente di Adamo, veste di blu (simbolo dell’umanità) ma è sopravvestita di porpora, simbolo di regalità e di divinità perché è la Teotòkos, la Madre di Dio. Sul manto che le copre il capo e le spalle si apprezzavano delle stelle a perline bianche simbolo di verginità, scomparse col restauro. La rappresentazione ruota intorno alla mano destra della Vergine che indica il Figlio per dire ai fedeli “se volete la salvezza, fate ciò che vi dice Lui”.

Il Bambino veste di porpora perché è Figlio di Dio e ha la sopravveste rossa, segno della sua divina regalità: con la destra fa un segno di allocuzione, per dirci: “Ascoltate, io sono il Verbo fatto carne”; nella sinistra regge il rotolo della Legge (la Thorà degli ebrei) per dirci: “Io non sono venuto a cambiare la Legge ma a darle compimento” (cfr. Mt 5,17).
Come è noto, nel Medioevo quasi l’intera popolazione era analfabeta ma, attraverso le immagini, il credente analfabeta vedeva rappresentata la storia della Salvezza e poteva comprendere meglio la predicazione catechetica che si fondava su quelle immagini e così irrobustire la sua fede.

I TITOLI DELLA MADONNA

La tradizione tramanda tre nomi con cui, durante i secoli, la Madonna è stata venerata: Santa Maria Prisca, Santa Maria della Cerva, Santa Maria della Scala.
Sul primo dei nomi non abbiamo né leggende né documenti. Il secondo è legato alle leggende cervine: la prima di queste è relativa al ritrovamento della sacra icona durante una caccia ai cervi sul fondovalle della Gravina; l’altra è relativa all’apparizione di due cerve il giorno della festa (15 agosto) sul ciglio della gravina; la più grande di esse si precipitava a valle offrendosi in volontario olocausto al popolo che, in preghiera, aspettava l’evento: le carni, cotte in un grande pentolone, crescevano durante la cottura e bastavano a saziare tutti, grandi e piccini con effetti miracolosi.

In base alle fonti storiche, una chiesa di Santa Maria è menzionata in una carta di donazione del XII secolo. La chiesa doveva essere tanto importante da aver dato nome alla contrada: nel 1138 Enrico da Ponte, feudatario di Massafra, in uno alla moglie Azzolina, dona alcuni olivi con orti e grotte siti in finibus castelli Massafrensis facenti parte della Serra della chiesa della Beata Maria. La Serra, secondo E. Jacovelli, costituiva una vasta area demaniale (che diventerà il “Pittaggio” più popoloso di Massafra) compresa tra le antiche contrade del Crognolo, il Santuario e la Madonna delle Grazie a Ovest e dei Canalicchi dal lato che costeggia la gravina San Marco.

Un documento vaticano del 13246 riporta la Ecclesia sancte Marie de Massafra (che secondo Jacovelli è senza dubbio quella di S. Maria della Scala) tra le nove chiese che pagavano la decima alla Camera Apostolica.
La chiesa di santa Maria “della Scala” appare per la prima volta con questo titolo in un altro documento pontificio, la bolla del papa Gregorio XIII del 15 marzo 1582, con cui furono uniti, annessi e incorporati al patrimonio della mensa capitolare della chiesa di San Lorenzo di Massafra ben 27 tra benefici semplici ecclesiastici e legati pii.

Il 27 maggio 1590 fu benedetta la campana di detta chiesa, come si legge in un documento dell’Archivio Capitolare: “A dì 27 Magio di giorno di Dom.ca in Motula fu consacrata la campana di S.ta Maria de la Scala di M.xa da Monsignor Ill.mo e Rev.mo Jacovo Michele di Natione spagnolo ad honor del Signor Idio, e di sua matre santissima”.

IL SIGNIFICATO DELLA SCALA

Il titolo di “Scala”, attribuito alla Madonna, secondo alcuni deriverebbe dalla scala monumentale che conduce al Santuario: ma tale tesi non regge in quanto la scala fu costruita tra il 1776 e il 1821 mentre il titolo si ritrova già nel citato documento del 1582; altri propendono per un significato prettamente teologico: già nel VI sec. a Bisanzio uno degli appellativi della Madre di Dio era appunto “Scala”, intesa come scala del cielo.

Tale titolo fu attribuito alla Vergine Maria da S. Agostino, da S. Pier Damiani e da S. Fulgenzio da Ruspe con le parole: «Maria scala coelestis, per quam supernus Rex humiliatus ad ima descendit, et homo qui prostatus jacebat, ad superna exaltatus ascendit».

Conferma pienamente quest’ultima interpretazione la memoria manoscritta, esistente nel Registro dei Battesimi del 1876, secondo cui il titolo di Santa Maria della Scala fu attribuito alla Madonna non già dalla scala materiale, bensì per «essere Maria la vera Scala del Cielo, come ci insegna la fede, e la voce unanime dei Padri della Chiesa. Infatti fu Maria quella Eccelsa, Privilegiata Creatura, che sola infra i figli di Adamo, da tutta l’eternità, fu da Dio prescelta negli eterni suoi decreti a dover servir di Scala all’Eterno Verbo del Padre, che umiliar si volle a scendere per Lei in terra, onde redimere, come redense, la perduta umanità ghermita dagli artigli dell’invido avversario, che si celava sotto le ruvide squame di sozzo rettile (…) E siccome è ufficio della scala il prestarsi non solo a far discendere, ma a far ascendere altresì; perciò a Maria venne anche attribuito il titolo di Scala, considerando essere Lei la sola, per cui la creatura redenta per l’opera dell’amore, felice si avesse il veicolo, più sicura ascendesse alla gloria»

S. MARIA DELLA SCALA PRINCIPALE PATRONA DELLA CITTÀ

Come sappiamo, in antico, il santo patrono di Massafra era San Michele Arcangelo, santo della nazione longobarda. Proprio in epoca longobarda Massafra conosce un enorme sviluppo: nell’anno 970 in Castello Massafra risiede il Gastaldo di Taranto che, a richiesta della parte vittoriosa della causa, detta il giudicato (una sorta di sentenza) da cui si desume che il giudizio si era svolto secondo il rito longobardo; a epoca longobarda (VIII – X sec.) sono datate diverse chiese rupestri; del resto, la Città ha conservato usi e tradizioni di tale origine, specie in materia matrimoniale, sino a tutto il XVIII secolo.

Tra la fine del ‘600 e gli inizi del ‘700 la fede verso la Beata Vergine della Scala cresce enormemente ed il popolo comincia a considerarla sua Patrona principale e Protettrice. Questa accresciuta fede verso la Madonna motivò l’esecuzione di rilevanti lavori di ampliamento del Santuario, con la costruzione del transetto e della navata destra, mediante il parziale sbancamento della parete di roccia est della Gravina. Il rinnovato edificio di culto fu inaugurato pare – nel 1737, ma ulteriori lavori furono eseguiti nel 1783.
Ma il 20 febbraio 1743 si verifica un terribile terremoto che causa morti e orribili devastazioni in molti luoghi della provincia di Terra d’Otranto (come allora si chiamava) ma lascia indenne Massafra. Tale prodigio miracoloso fu attribuito alla potente intercessione di S. Maria della Scala e indusse le Autorità civili e religiose a chiedere con voti unanimi che venisse proclamata Principale Patrona della città.
La proclamazione ufficiale avvenne con decreto papale, munito del Regio Placet, il dì 16 Settembre 1776 come attesta la “Breve memoria della Festa solenne celebrata in occasione del Primo Centenario del Patronato di Maria SS.ma della Scala singolare Protettrice della città di Massafra”. La prima festa patronale fu solennizzata il 20 Ottobre 1776 con una processione che, partendo dal Santuario, si snodò (non esistendo ancora una scala che permettesse l’agevole transito della statua) sul fondo della gravina sino al luogo detto lo “Montirrone del Cuonzo” ove il sindaco dell’epoca, tale Carlo Torelli, offrì le chiavi della città alla Augusta patrona, ponendole sulla sommità della scala, sostenuta dalla mano destra del simulacro della Madonna.
Ma dall’anno successivo in poi mentre la festa religiosa del patrocinio è fissata al 20 febbraio (in ricordo dello scampato pericolo del terremoto), quella civile si svolge la prima domenica di maggio e da allora sino a oggi si ripete il rito della consegna delle chiavi della città. Lo storico Vincenzo Gallo poneva l’accento sulla “municipalità” di questo rito, come elemento caratterizzante del patrocinio mariano.

IL SIMULACRO PROCESSIONALE

L’icona, oggetto di venerazione, affrescata su un masso praticamente inamovibile dal suo sito, pose ai sacerdoti deputati del Capitolo l’esigenza di disporre di una statua processionale.
Poco o nulla sappiamo in merito sul dove, sul come e sul quando fu acquistata la statua. Di recente Antonio Conforti, sulla scorta di alcuni appunti di E. Jacovelli, ha rinvenuto presso l’Archivio di Stato di Taranto un atto notarile che ci consente di porre alcuni punti fermi. Si tratta dell’atto per notar Francesco Nicola Capreoli del 28 agosto 1752. Da tale atto si desume che la statua, acquistata parecchi anni prima (probabilmente a Napoli) dalla Confraternita dei Morti con le somme che “impiegar si dovevano in celebrazione di messe”, fu ceduta al Comune di Massafra al prezzo di 75 ducati sulla base della stima eseguita dal can. D. Giacomo Meuli, giusta l’assenso dell’Ordinario diocesano. Vi era stato in precedenza il tentativo di acquisirla da parte dei reverendi deputati della chiesa di S. Maria della Scala; ma esso non ebbe successo in quanto non si riuscì a raccogliere dai devoti la somma occorrente. Quindi la proposta fu fatta propria dal sindaco dell’epoca, il notar Francesco Nicola Maglio, il quale, conscio che «questa Università da tempo antico ha fatto, siccome fa, la festa della Beatissima Vergine della Scala, verso la quale tutti questi cittadini tengono una particolare divozione, tenendola per Padrona principalissima e per antica Protettrice (…) che è stato solito, ed è, farsi in occasione della festa (..) la processione, così nel suo giorno festivo, come nel giorno dell’ottava, portandosi la statua di detta Beatissima Vergine», propose, col consenso del Consiglio Decurionale, di chiedere alla Confraternita, per il valore valutato di 75 ducati, la cessione della statua.
In tale somma erano compresi le corone d’argento, il vestito, e ogni altro ornamento nonché lo stipone “pittato” esistente nella cappella del Purgatorio dove la statua era stata conservata per tanti anni e dove continuò ad essere conservata sino all’inizio dell’Ottocento, in quanto la cura e la gestione della statua rimaneva riservata alla Chiesa capitolare.
Trasferendosi il Capitolo in Santa Maria di Costantinopoli, la statua fu trasferita in San Benedetto.

LA FESTA DELL’OTTAVA DELLA MADONNA

Un’antica usanza è legata alla data dell’8 maggio. Quando la festa patronale Madonna della Scala cadeva il 1° maggio, dopo la consegna delle chiavi, la processione e il giro al Borgo, la statua della Madonna della Scala tornava in piazza Garibaldi e per via Laterra raggiungeva l’antica Chiesa Madre. Qui la Madonna restava esposta alla venerazione dei fedeli fino alla domenica successiva, l’ottava appunto, quando con una nuova processione si riportava su in paese facendo precedere la statua da quella di San Michele Arcangelo fino a raggiungere la chiesa parrocchiale di Santa Maria sita in piazza Garibaldi. L’usanza dell’Ottava della Madonna è durata fino al 1927 allorché la chiesa di S. Maria fu chiusa al culto e poi abbattuta.

a cura di Giulio Mastrangelo